Oltre l’Europa: l’impatto dei flussi migratori sulla società libica

Negli ultimi anni il discorso sui flussi migratori che attraversano la Libia è stato prevalentemente costruito a partire da una prospettiva europea, incentrata sulla sicurezza delle frontiere e sulla riduzione dei flussi attraverso il Mediterraneo centrale diretti sulle coste europee. Questa lettura, fondata su una logica di esternalizzazione del controllo dei confini, ha di fatto rappresentato sempre la Libia come uno spazio funzionale alle politiche europee, più che una società attraversata da trasformazioni profonde. Adottare un punto di vista libico consente invece di osservare la migrazione come un processo che interagisce con la crisi domestica, con l’economia locale e con le forme di potere emerse negli ultimi anni, producendo effetti strutturali sul tessuto sociale.

La migrazione non è un fenomeno nuovo nella storia recente della Libia. Durante il periodo precedente al 2011, il Paese era già un polo di attrazione per lavoratori provenienti dall’Africa subsahariana e dai Paesi limitrofi, inseriti in un sistema fortemente controllato dallo Stato. Il collasso dell’apparato istituzionale successivo alla caduta di Gheddafi ha segnato una rottura decisiva: la regolazione dei flussi è passata da una governance centralizzata a una governance frammentata, esercitata da una pluralità di attori governativi, gruppi armati, reti informali e intermediari locali. In questo contesto, la migrazione si è intrecciata con le dinamiche di conflitto, diventando parte integrante dell’economia politica della crisi.

Immagine generata con AI.

Dal punto di vista delle comunità locali, i migranti occupano una posizione ambigua che oscilla tra necessità economica e costruzione simbolica della minaccia. Essi alimentano un mercato del lavoro informale che risponde ai bisogni di settori cruciali dell’economia urbana, ma allo stesso tempo vengono inseriti in narrazioni pubbliche che li associano all’insicurezza e al disordine. Questo processo, in Libia come altrove, rientra in una più ampia dinamica di securitizzazione della migrazione, in cui un fenomeno sociale viene progressivamente ridefinito come problema di sicurezza, legittimando pratiche di controllo, detenzione e violenza istituzionalizzata.

Le città libiche, in particolare quelle situate lungo le principali rotte migratorie, sono diventate spazi di concentrazione di popolazioni in transito o in insediamento temporaneo. Nei quartieri periferici e in aree marginali si registra sempre più una sospensione delle tutele giuridiche e la presenza di autorità informali produce condizioni di vulnerabilità strutturale. Qui si manifesta una forma ibrida tra ordine formale e informale, in cui norme statali, pratiche tribali, logiche militari e interessi economici coesistono senza un quadro politico-legale coerente. In questo scenario, la gestione dei migranti diventa una risorsa strategica: il controllo delle rotte, dei centri di detenzione e dei punti di imbarco consente ad attori locali di consolidare il proprio potere territoriale e di inserirsi nei circuiti della cooperazione internazionale. La migrazione si trasforma così in un campo di intermediazione tra attori libici ed europei, producendo una forma di governance esternalizzata, voluta in particolar modo dai Paesi europei, che rafforza la frammentazione interna anziché superarla. È così che i migranti diventano oggetto di negoziazione politica e strumenti di legittimazione, più che soggetti aventi diritti. Questa dinamica ha generato una sorta di circuito perverso: le politiche di controllo incoraggiano milizie e gruppi a partecipare attivamente al traffico per ottenere supporto finanziario, mentre questi attori – una volta consolidati – diventano sempre più difficili da sradicare, rendendo ancora più fragile lo Stato libico; così, ciò che nasce come tentativo di “gestire” i flussi migratori si trasforma in un elemento che incanala risorse verso chi è già parte del conflitto interno, aggravando ulteriormente le tensioni sociali e politiche. Osservando ciò che accade in determinate località – come Zawiya e Al Kufra – emerge con chiarezza che il traffico di esseri umani è parte di un tessuto di economia informale e illecita che si è sviluppato in parallelo alla diminuzione della capacità dello Stato di fornire servizi e opportunità economiche. In molte comunità, difatti, tali attività sono percepite come risorse economiche essenziali in un contesto dove alternative legali e stabili sono inesistenti.

Migranti irregolari che entrano nel territorio dell’UE. Fonte: Frontex

Al contempo, come detto, la presenza di migranti viene progressivamente rappresentata come elemento estraneo e destabilizzante, contribuendo alla diffusione di discorsi xenofobi che si intrecciano con paure legate al conflitto e, in alcuni casi, anche al declino economico. Tuttavia, sul piano quotidiano, si sviluppano anche forme di interdipendenza funzionale tra libici e migranti, fondate su relazioni di lavoro, reti informali di protezione e pratiche di convivenza pragmatica. Tale ambivalenza mostra come la migrazione sia un elemento strutturale della società libica contemporanea, piuttosto che un fenomeno transitorio. Analizzare l’impatto dei flussi migratori sulla società libica implica, dunque, riconoscere che questo fenomeno opera come un elemento di riorganizzazione sociale e politica, contribuendo a ridefinire i confini tra legalità e illegalità, tra inclusione ed esclusione, tra Stato e attori non statali.

La migrazione non appare più soltanto come un problema da contenere, ma come una componente centrale dei processi di trasformazione della Libia post-2011. Solo riconoscendo questa dimensione è possibile comprendere come i flussi migratori contribuiscano a modellare nuove forme di governance, nuove gerarchie sociali e nuove narrazioni politiche, rendendo la migrazione un elemento costitutivo della crisi e, al contempo, dell’adattamento della società libica contemporanea. Osservare i flussi migratori legati alla Libia esclusivamente attraverso la lente europea ha quindi impoverito la comprensione del fenomeno. Infatti, se guardiamo alle esperienze vissute all’interno dell’ex colonia italiana, emerge un quadro complesso in cui la migrazione non è un “problema esterno”, ma un processo che interagisce con le dinamiche sociali presenti. Come risaputo, la Libia, per la sua posizione geografica, è da tempo un Paese di transito e insediamento per centinaia di migliaia di persone in movimento da Africa subsahariana, Sudan, Egitto, Niger e da molti altri Paesi. Secondo il report Displacement Tracking Matrix, pubblicato dall’International Organization for Migration (IOM) e relativo al periodo agosto-ottobre 2025, sono oltre 920.000 i migranti che si trovano in Libia, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti, in particolar modo con un aumento di arrivi dal Sudan a seguito del conflitto iniziato nel 2023. Il numero di presenze è suddiviso tra le tre regioni: 52% nella regione occidentale, 37% in quella orientale e l’11% in quella meridionale. Evidentemente, questa presenza massiccia ha effetti tangibili sul tessuto sociale libico. In molte aree urbane – da Tripoli a Zawiya, da Ajdabiya a Al Kufra – si sono create reti di economia informale nelle quali i migranti lavorano in settori come edilizia, agricoltura e servizi, spesso in condizioni estreme. Al contempo, la convivenza quotidiana è segnata da tensioni crescenti: in alcune città si sono registrate proteste contro gruppi di migranti, come dimostra ciò che è successo nel marzo 2025 a Tripoli, dove manifestanti sono scesi in piazza gridando slogan contro le voci di un progetto di reinsediamento di stranieri nel Paese.

Fonte dati: IOM

In aggiunta a ciò, uno degli aspetti più evidenti dell’impatto sociale riguarda la violenza, istituzionale e non, ai danni dei migranti. In Libia esistono numerosi centri di detenzione – non sempre governativi – dove i migranti vivono, secondo organizzazioni umanitarie, in condizioni drammatiche, spesso con accesso limitato a cibo, acqua potabile, cure mediche o servizi di base. In tanti casi sono stati documentati casi di tortura, estorsione, abusi sessuali e ricatti all’interno di queste strutture. Eventi recenti illustrano quanto queste dinamiche incidano non solo sui migranti, ma anche sul modo in cui la società libica si organizza attorno alla questione. A gennaio 2026 le autorità libiche hanno liberato più di 200 persone da una prigione sotterranea controllata da trafficanti di esseri umani nel sud-est del Paese, dove migranti – comprese donne e bambini – erano tenuti in celle profonde fino a tre metri in condizioni disumane. Un intervento simile, con il rilascio di oltre 100 migranti da detenzioni abusive, era già avvenuto nel giugno 2025, sottolineando come le reti criminali non solo intercettino le persone in movimento ma siano radicate sul territorio. Questo quadro è reso ancora più drammatico dalla morte e dalla violenza lungo le rotte migratorie e nei pressi delle coste libiche, dove si verificano tragedie ricorrenti: sono diversi i casi di episodi di naufragi e morti durante i tentativi di traversata. Questi eventi, oltre alla perdita di vite umane, incidono sulla percezione comunitaria nei centri urbani costieri, dove la migrazione viene vissuta come un trauma collettivo e non solo come un fenomeno di passaggio.

La gestione dei migranti si intreccia anche con le politiche di espulsione o “rimpatrio volontario”: secondo i dati pubblicati dal Dipartimento per il controllo dell’immigrazione illegale libico, sono stati rimpatriati volontariamente oltre 37.000 migranti irregolari nei loro Paesi di origine nel corso del 2025. A mo’ di esempio, tra i tanti, è possibile citare la deportazione nel luglio 2025, da parte dell’autorità della Cirenaica, di 700 cittadini sudanesi nel loro Paese d’origine per motivi sanitari o di sicurezza, privandoli di qualsiasi processo legale. Ancora più di recente, l’8 febbraio 2026, è il caso di 140 migranti ciadiani rimpatriati dal Centro di detenzione e deportazione per immigrati di Al Kufra. Allo stesso tempo, organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato numerosi casi di espulsioni collettive: azioni giudicate potenziali violazioni dei principi di non-refoulement. Queste pratiche alimentano tensioni etniche e sociali che si riflettono nelle comunità locali, dove alcuni vedono nei migranti una risorsa economica indispensabile, mentre altri li percepiscono come fonte di insicurezza o competizione per risorse scarse.

Migranti di diverse nazionalità arrestati nell’area di Wadi Marsit, 5 febbraio 2026. Fonte: Migrant Rescue Watch

Altro elemento di forte impatto sulla società libica riguarda la strumentalizzazione politica della migrazione. Le autorità locali e le milizie usano spesso il controllo delle rotte e dei centri di detenzione per consolidare il proprio potere territoriale e ottenere risorse: una dinamica di governance in cui ciò che non è garantito dallo Stato centrale viene offerto da attori plurali che traggono profitto dalla migrazione. Questa condizione alimenta economie parallele legate al traffico, ai braccianti impiegati senza tutele e a forme di lavoro coatto, rendendo la migrazione parte integrante delle dinamiche economiche locali. Infine, occorre sottolineare come questi fenomeni producano una normalizzazione della violenza e dell’esclusione nella vita quotidiana. La migrazione non è più soltanto un fenomeno di transito verso l’Europa, ma un elemento strutturale delle vite di molte persone, libiche e straniere. Difatti, le relazioni sociali si ridefiniscono attorno alla migrazione: dalle interazioni quotidiane nei mercati ai discorsi politici nei quartieri, passando per la convivenza nei luoghi di lavoro informale e nei centri urbani.

Migranti di nazionalità ciadiana rimpatriati da Al Kufra, 8 febbraio 2026. Fonte: Migrant Rescue Watch

Per concludere, guardare alla migrazione in Libia dal punto domestico cambia radicalmente la prospettiva. I flussi migratori non sono più eventi isolati o numeri da monitorare, ma elementi strutturali che attraversano la società libica, ridefinendo economie, spazi urbani e rapporti di convivenza. Le tragedie in mare, le detenzioni arbitrarie, le espulsioni collettive e le reti di lavoro informale non sono semplici conseguenze, ma – come detto – segnali tangibili di come la migrazione sia ormai parte integrante della vita quotidiana di molte comunità, influenzando sia chi è straniero sia chi è libico.

Da questa prospettiva emergono quindi alcune indicazioni chiare per chi interviene nel Paese: in primo luogo, è essenziale rafforzare le capacità delle autorità locali e delle comunità di gestire la presenza dei migranti in modo inclusivo, garantendo diritti fondamentali e riducendo la dipendenza da milizie o reti informali; in secondo luogo, occorre creare opportunità concrete di lavoro e di integrazione sociale per migranti e libici, perché la convivenza quotidiana non si trasformi in conflitto e perché le economie informali diventino leve di sviluppo piuttosto che strumenti di sfruttamento; in terzo luogo, è altrettanto cruciale monitorare con attenzione i centri di detenzione e le strutture di accoglienza, affinché la protezione dei diritti umani diventi parte integrante delle pratiche di governance. In ultima istanza, comprendere la migrazione come fenomeno interno alla società libica significa anche ripensare il ruolo degli interventi internazionali. Politiche di contenimento e pressioni esterne senza considerare le esigenze e le dinamiche locali rischiano di aggravare le vulnerabilità già esistenti. Al contrario, investire in resilienza comunitaria, dialogo sociale e capacità di governance locale offre la possibilità di trasformare la migrazione da fonte di tensione a leva di sviluppo, sicurezza e coesione. In altre parole, per proteggere vite e comunità non basta gestire i flussi in uscita verso l’Europa: occorre partire dal centro della realtà libica, con le sue sfide, le sue complessità e le sue possibilità di trasformazione.

Mario Savina